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Reddito di cittadinanza e lavoro in nero: ora si rischia il carcere. La sentenza della Cassazione

Oltre un anno di carcere per chi prende il reddito di cittadinanza e poi lavora in nero: questa la sentenza della Cassazione sul caso di un uomo di Messina che non ha aggiornato l’Inps con le sue nuove condizioni patrimoniali.

Nello specifico, la terza sezione penale della Cassazione ha respinto il ricorso dell’uomo, condividendo la sentenza che lo ha condannato in appello a oltre un anno di reclusione per omessa comunicazione all’Inps dello svolgimento di attività lavorativa retribuita, anche se irregolare.

I giudici di legittimità hanno sottolineato quanto fossero inverosimili le affermazioni sostenute sia dall’imputato che dal datore di lavoro, che hanno qualificato come gratuita l’attività prestata dal primo al secondo. Il secondo reato realizzato dall’imputato, collegato al primo, è quello dell’omessa comunicazione di una variazione patrimoniale rilevante, che l’imputato avrebbe ottenuto sia con somme di denaro ricevute “per donazione” che con “regalie saltuarie”. In sostanza, il datore di lavoro al posto che pagarlo mensilmente con una busta paga, gli ha fatto donazioni e regali che il lavoratore non si è mai sognato di comunicare all’ente a ciò proposto.

In base all’interpretazione della Corte, l’attività lavorativa (anche quella irregolare, ossia “in nero”) è stata correttamente considerata retribuita tenendo in considerazioni regali e donazioni sospetti. Retribuzione che, sulla base dell’interpretazione concorde e puntuale dei giudici dei due primi gradi di giudizio, non è stata tempestivamente indicata all’Inps, così come invece prevede la normativa vigente.

A venir punito in questo caso, dunque, non è il lavoro in nero di per sé, ma le mancate comunicazioni all’Inps che da ciò derivano, al solo scopo di poter continuare a beneficiare del Reddito di cittadinanza.