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Popolare Bari | “Ma vedete che i bilanci sono a c…. !”

Leggendo in ordine sparso tra le carte della Banca Popolare di Bari, si scorge, secondo i magistrati baresi che conducono l’inchiesta che ha portato all’arresto degli Jacobini, che anche i rapporti con alcune organizzazioni sindacali non sarebbero stati improntati alla massima trasparenza. Ovvero che alcune sigle sindacali sapessero ma tacessero per volontà del padre padrone. Intuibile e altrettanto ipotizzabile come quel silenzio potesse essere stato conquistato pur di tenere il coperchio sulla pentola a pressione che prima a poi rischiava di saltare in aria. L’intreccio dei rapporti e delle relazioni tra funzionari della banca e’ corroborato da alcune intercettazioni telefoniche nelle quali molti sapevano che alla Popolare di Bari parecchie cose non andavano per il verso giusto, ma a più livelli si faceva di tutto per tenere sotto controllo una situazione già degenerata con le schifezze che si commettevano e si perpetravano, truccando e falsificando i conti. Il quadro che ne emerge è di per se’ esaustivo nell’evidenziare il castello di intrecci e di inganni che esistevano a partire dai livelli più alti della banca che manovravano i fili come nel teatro dei pupi. Quanto alle responsabilità dei sindacati sarebbe tutto da dimostrare ma questo toccherà ai magistrati. Lo stesso capo supremo, Marco Jacobini, si preoccupava di mantenere buoni rapporti con gli organi di Vigilanza e di dimostrare che tutto era a posto nascondendo l’evidenza. Ma c’era anche un sottobosco che con grande ingordigia proliferava nell’istituto di credito barese e si ramificava diffondendosi nel tessuto economico e sociale della città. Del resto Jacobini, aprendo il portafogli, non ha mai esitato ad accattivarsi il favore dei media acquistando pagine intere sulla Gazzetta del Mezzogiorno piuttosto che “comprare” le sue apparizioni televisive sul Gruppo editoriale nel quale deteneva quote azionarie e rappresentanti propri in seno al consiglio di amministrazione. Difficile non immaginare che anche le linee di credito concesse agli amici, come peraltro dimostrato per le aziende fallite del Gruppo Fusillo, passassero per volontà del capo e non secondo il rispetto dei criteri di affidabilità e di solvibilità delle imprese stesse. Anche questo genere di operazioni in fondo, muoveva l’economia, sebbene profondamente malata ma che contribuiva a mantenere posti di lavoro oppure a dare l’illusione ottica che tutto fosse a posto. In attesa che il Riesame si esprima domani sulla richiesta di revoca dei domiciliari i commissari della Popolare lavorano sul nuovo piano aziendale che non sarà una passeggiata. Si ventila la chiusura di un terzo delle 300 filiali e un esubero di circa un migliaio di dipendenti nessuno dei quali è mai entrato per concorso. Molti per conoscenza diretta, altri perché figli di grandi piccoli o medi azionisti per i quali in seno al consiglio di amministrazione vi era una vera e propria spartizione cronologica. Ma del resto una banca privata fa quel che vuole, libera di sottoscrivere contratti di consulenza milionari con studi professionali di nipoti e parenti stretti nonostante presunti conflitti d’interesse rilevabili dalle carte. E tutto alla faccia della massima trasparenza e di Bankitalia. Vi è di più che nelle prossime ore potrebbe arrivare un’altra doccia fredda che coglierebbe in pieno il lato più debole della banca e cioè i 69mila azionisti truffati. La Corte di Giustizia Europea per bocca del suo legale rappresentante, Gerard Hogen, ha fatto sapere che nessun diritto di recesso potrà essere esercitato dai soci azionisti della banca nel corso della trasformazione della stessa in Spa, restando di fatto vincolati all’istituto di credito barese. In soldoni significa che di quelle azioni, oggi carta straccia, non ci si potrà liberare facilmente se non promuovendo azioni risarcitorie. Ciò che è mostruoso alla luce di quanto accaduto sono le dinamiche attraverso le quali si è giunti ad una situazione così rocambolesca. Quando il funzionario di una banca, responsabile delle risorse umane in un dialogo intercettato con alcuni rappresentanti sindacali ammette: “Ma vedete che i bilanci sono a cazzo… che cosa dite… che vi state a lamentare voi che i bilanci sono falsi… “ nessun commento può essere così esplicito quanto la frase pronunciata dal dirigente.