La buona volontà, a volte, può servire a poco. Le case popolari, spesso, non versano in ottime condizioni, soprattutto se la loro costruzione risale all’immediato dopoguerra. Ma può capitare che, nonostante l’impegno di chi ci vive, ristrutturarle o anche solo metterle in sicurezza può diventare un’impresa. Lo sanno bene ventidue famiglie della periferia di Giovinazzo che, dopo una vita di sacrifici per riscattare l’immobile a loro assegnato nei decenni passati, non possano ristrutturare le palazzine che cadono letteralmente a pezzi. Dal settembre 2007, infatti, le famiglie proprietarie chiedono invano allo Iacp di Bari per avere il nulla osta all’inizio dei lavori. Le palazzine, costruite addirittura con i fondi del piano Marshall, sono danneggiate da infiltrazioni sui muri e sui soffitti e c’è chi deve dipingere le stanze anche due volte l’anno. L’unico intervento è stato effettuato circa due anni fa per “mettere in sicurezza” le terrazze degli stabili. In sicurezza per modo di dire, visto che le graffe di ferro e i blocchi di cemento utilizzati hanno aumentato il peso sul tetto, fino a danneggiare i parapetti e ad allargare le crepe nell’intonaco e nei cornicioni. Sotto i quali ogni giorno giocano decine di bambini, che chiedono una cosa sola.
Gli abitanti hanno scritto una lettera al procuratore capo di Bari Laudati per cautelarsi in caso di disgrazia. Ma anche in questo caso, nessuna risposta. Colpa delle Poste, o della burocrazia, chissà. Auguriamoci che l’istituto autonomo case popolari si renda conto che una risposta serve, e presto.
Andrea Tedeschi





















