"Male Capitale", quando i Casalesi diventano Caponesi

BARI di Redazione AntennaSud 

 

Il clan dei Casalesi diventa “il clan dei Caponesi e la città di Marcianise è “Puccianise”. Nomi volutamente distorti per denigrare la camorra che ha messo in scacco la provincia casertana. Nomi falsi che però descrivono fatti veri, vicende che hanno riempito la cronaca giudiziaria. Presentato nei giorni scorsi all’Università di Bari in un incontro organizzato dall’associazione “I cittadini contro le mafie  e la corruzione” il  libro del sostituto procuratore della repubblica di Napoli, Catello Maresca,  “Male Capitale”.  

Nomi falsi ma che danno voce alla forza dirompente delle immagini  dei villoni sottratti ai boss, nei bunker dove i capiclan si rintanavano come topi, nelle terre devastate dall’inquinamento prodotto dallo smaltimento scellerato dei rifiuti, sul quale i ‘Caponesi” hanno lucrato. In ‘Male Capitale’, il libro presentato l’altra sera alla facoltà di giurisprudenza di Bari dall’associazione “I cittadini contro le mafie”, il cui autore, Catello Maresca,  pubblico  ministero della Dda di Napoli ne divulga la storia. Il libro è un mix inedito fra realtà e fantasia. Al racconto Maresca aggiunge ironia a  fatti sui quali purtroppo c’è poco da ridere. Ma lo strumento della parodia, alleggerisce il racconto.  Il pm-scrittore mostra la mafia campana per quello che è, pronta a crollare davanti all’avanzare delle indagini, agli arresti, ai sequestri patrimoniali. Lo Stato si riprende le armi, i soldi e le ville dei “Caponesi”. E ne stana i boss dai bunker rifugio dotati di tutti i confort. Resta purtroppo  una dolorosa scia, aziende camorriste distrutte e abbandonate, immobili devastati, campagne rese  improduttive dai roghi tossici e dai rifiuti abbandonati. Il “Male Capitale”, frutto della violenza che produce povertà e sopraffazione, è in antitesi col “bene capitale”, quel bene che produce altro bene, altra ricchezza. Maresca accenna alla legge sui beni confiscati. Una legge che a suo avviso non funziona.  E le foto dei tanti ruderi sono lì a dimostrarlo. La chiosa però è un messaggio di speranza, in quei luoghi dove lo Stato ha vinto: una rassegna delle ville dei boss affidate a coop sociali che ne hanno ricavato ristoranti, centri antiviolenza e luoghi di risocializzazione.