Boss in carcere a Bari, si dividono le sezioni dell'istituto

BARI di redazione AntennaSud

 

A Bari i boss si dividono anche le sezioni del carcere. Secondo le dichiarazioni di un pentito i clan cercano di esercitare il proprio potere anche dietro le sbarre. 

In realtà che il carcere di Bari non fosse proprio un luogo di rieducazione, così invece come previsto dal regolemento, un po' lo si era capito, ma che ci fosse una vera a propria spartizione tra clan anche dietro le sbarre ora è quasi una certezza. Questo almeno racconta un pentitoo di mafia che spiega come il cosiddetto reggente del clan in carcere venisse scelto in base al grado di affiliazione. Il pentito considerato uno dei collaboratori di giustizia più attendibili svela come i clan cerchino di esercitare il proprio potere anche dietro le sbarre, nell’istituto penitenziario di Bari. 

Rispondendo alle domande di Roberto Rossi, pubblico ministero della Dda, e parlando della vita in carcere racconta: «Di regola la prima sezione o la quarta sezione è in mano ai Capriati, se c’è uno dei Capriati oppure in mano ai Diomede... infatti l’ho fatto anche io il responsabile per un periodo a Bari. Avendo gradi molto elevati anche, ti fanno fare il responsabile di sezione, cioè che saresti quello che devi mettere la pace o la tranquillità oppure dire: “Quello è un infame”, dare sempre l’ok a ogni situazione che succede e cercare di evitare le discussioni stupide, queste cose qui... prendere i ragazzi se hanno  litigati in cella, diciamo devi garantire un ordine generale della sezione». 

Il referente di ogni sezione, racconta il pentito, veniva scelto sulla base del grado di affiliazione. Racconta anche di come talvolta i clan cerchino «l’unione per non fare discussione». «Per esempio – aggiunge – stava un Capriati al secondo piano e un Diomede al primo. Insieme decidevano e insieme facevano». Le sue dichiarazioni sono state depositate nel procedimento in cui i principali imputati sono due agenti della polizia penitenziaria, arrestati nel giugno del 2013 con l’accusa di aver introdotto in carcere oggetti personali vietati dal regolamento.