Bari, primo migrante accolto in famiglia: "E' timido, ma ora è felice"

BARI di Maria Luisa Troisi

 

“È come se fosse un terzo figlio". A Bari un 18enne africano sbarcato dai viaggi della speranza è stato accolto in una famiglia grazie al progetto del Comune di Bari 'Essere comunità' voluto dall’assessore al Welfare, Francesca Bottalico.

Loro sono centinaia. Figli e figlie, madri e padri alla ricerca disperata di un futuro migliore. Attraversano il mare, molto spesso dopo aver viaggiato a piedi per mesi nel deserto e raggiungere così, stremati, la costa africana e imbarcarsi. Un viaggio da incubo, in cui il nero della notte, visto dal mare farebbe paura anche ai lupi di mare più navigati. E loro non lo sono affatto. Tra queste centinaia di migliaia arrivati in Puglia a Bari da anni ormai, uno di loro, un 18enne alto, dal viso dolce e dal fisico scolpito è stato finalmente accolto d una famiglia del barese. Lei ha 51 anni ed è casalinga, lui 50 e lavora in banca. Insieme hanno due figli di 23 e 20 anni. Ai loro due figli, fuori per studio, da lunedì si è aggiunto un terzo figlio. L'orfano diciottenne del Gambia arrivato in Italia a settembre a bordo di uno dei barconi della speranza. La coppia ha deciso di scendere in campo per aiutare i migranti da tempo, da quel tragico naufragio di due anni fa a Lampedusa. "Non è possibile che ci siano persone che hanno bisogno e nessuno le possa aiutare." Non sapendo a chi chiedere la donna ha mandato mail ovunque. Dal ministero le hanno risposto con un rifiuto dicendo che non è previsto che si diano soldi a privati per l’accoglienza. Non mi sono data pace finché non ho letto dell’iniziativa pilota del Comune di Bari”.

“È come se fosse un terzo figlio – dice emozionata la donna. Lui ci chiama già mamma e papà”. È il primo caso di accoglienza di migranti in famiglia realizzato grazie al progetto del Comune di Bari 'Essere comunità' voluto dall’assessore al Welfare, Francesca Bottalico.

“Abbiamo una casa abbastanza grande – prosegue la donna – Gli ho dato la stanza di mia figlia. È un ragazzo molto timido, il primo giorno era spaventato e disorientato. Riusciamo a comunicare poco in italiano anche perché lui è semianalfabeta: è arrivato a settembre in Sicilia, ci ha raccontato di essere rimasto orfano del padre a sette anni e di essere stato affidato a una zia che lo ha maltrattato impedendogli di andare a scuola. È stata un’amica della mamma offrirsi di pagargli il viaggio. Così è andato in Libia, dove ha subito torture: gli manca un dente per le percosse ricevute. L’unica cosa che desidero, ci ha detto, è una famiglia, pace e tranquillità. Ed è quello che gli vogliamo dare”. “Vogliamo ospitarlo finché non si renderà indipendente. La prima cosa che abbiamo fatto è mandarlo a scuola per imparare l’italiano. E poi i vestiti: il ragazzo è molto alto, non avevamo indumenti adatti ma tanti amici ci hanno donato gli abiti”. Gli abbiamo appena acquistato il cellulare per navigare su Internet. Era tutto contento, insieme abbiamo visto su Google Earth le immagini  della città in cui viveva e ha contattato gli amici rimasti in Africa”. A chi le dice che stanno facendo qualcosa di speciale, Maria risponde così. “No, penso di essere io quella che sta ricevendo qualcosa. Vedere un ragazzino che ti sorride fa stare bene. Prima o poi andremo in Gambia con lui”.